Bussola

Ius variandi

01 Luglio 2015 |

Sommario

Introduzione | Il nuovo articolo 2103 del codice civile | Inquadramento a mansioni inferiori | Formazione | Requisito di forma | La variazione delle mansioni prima della riforma dell'art. 2103 c.c. | Orientamento della giurisprudenza fino al 24 giugno 2015 | Caso peculiare (ante riforma art.2103) | Dipendenti pubblici | Riferimenti |

 

ll datore di lavoro è titolare di poteri giuridici riconosciutigli dall’ordinamento, tra i quali vi è quello di adibire il prestatore a mansioni diverse rispetto a quanto convenuto contrattualmente, comunemente denominato ius variandi, letteralmente “diritto di variare” e vuole riferirsi, in generale, ad una variazione potestativa di una situazione o di alcune componenti di essa.
Tale potere risulta giustificato dalle esigenze flessibili dell’organizzazione del lavoro che spesso, per il loro carattere di eccezionalità, richiedono modifiche non prevedibili e non rimediabili con l’assunzione di altri lavoratori.
Nel nostro ordinamento il libero esercizio dello ius variandi è vincolato ai limiti imposti dall’art. 2103 c.c. che contiene il cd. “principio di contrattualità delle mansioni” ovvero quello dell’equivalenza delle mansioni e quello della irriducibilità della retribuzione.
Tali limiti sono volti anche alla tutela della dignità del lavoratore, che è anche uno dei limiti all’esercizio della libera iniziativa economica posto dal secondo comma del citato art. 41 della Costituzione.
Il punto critico è quello di stabilire quando le vecchie e le nuove mansioni possano dirsi “equivalenti”, a prescindere dall’aspetto retributivo.
La massima che si è ripetu...

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