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Fumo passivo in ufficio: risarcimento al dipendente

Il caso.

 

Un ex dipendente di un ufficio postale, ormai in pensione, conviene in giudizio l’azienda a seguito della diagnosi di un tumore faringeo.

Secondo il lavoratore, per anni è stato costretto a prestare la propria attività lavorativa in locali insalubri, perché di ridotte dimensioni e saturi di fumo.  Quella situazione ha provocato, a suo dire, un tumore faringeo diagnosticatogli alcuni anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro.

Il tumore, benché rimosso chirurgicamente, ha comunque provocato una invalidità permanente qualificata nella misura del 40%.

Conseguenziale la richiesta di risarcimento nei confronti dell’azienda.

 

 

La decisione della Corte.

 

La Corte di Cassazione ha confermato i giudizi del Tribunale di primo grado e della Corte d’Appello, ritenendo legittima la pretesa risarcitoria del lavoratore.

È chiaro infatti il nesso causale fra la patologia diagnosticata e l’attività lavorativa, in quanto “l’uomo era stato esposto in modo significativo all’inalazione di fumo passivo, riconosciuto, secondo le acquisizioni della scienza medica, quale causa di cancro delle vie aeree superiori, per quattordici anni e per una media di sei ore al giorno”.

Non rileva quindi l’intervallo temporale tra la cessazione del rapporto di lavoro e l’insorgenza della patologia.

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