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Demansionamento: confine dei criteri qualitativi e quantitativi

La modifica solo quantitativa delle mansioni precedentemente svolte dal lavoratore non è demansionamento (Cass. 9 settembre 2019 n. 22488).

La Cassazione ha chiarito che, se il lavoratore lamenta un demansionamento riconducibile ad un inesatto adempimento dell’obbligo che grava sul datore di lavoro, è su quest’ultimo che incombe l’onere di provare il corretto adempimento, attraverso in alternativa:

  • la prova della mancanza in concreto del demansionamento;
  • la prova che fosse giustificato dal legittimo esercizio dei poteri imprenditoriali o disciplinari;
  • la prova di un'impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

 

Nel caso di specie un dipendente ricorre contro il datore di lavoro con l’accusa di demansionamento e mobbing. 

 

Il giudice di merito aveva accertato che, al venir meno dei compiti di coordinamento precedentemente svolti dal lavoratore, non era seguito uno svuotamento qualitativo delle mansioni.

 

La Corte di Cassazione, confermando il giudizio di appello, respinge il ricorso del lavoratore, non ravvisando una differenza “qualitativa”, ma solo “quantitativa” delle mansioni in precedenza svolte, data l'assoluta marginalità dell’attività di coordinamento del lavoratore.

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