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Con il Jobs Act non aumentano i rischi di licenziamento per i lavoratori

Il contratto a tutele crescenti non espone a più possibilità di licenziamento rispetto a quello “tradizionale”.

 

È quanto emerge dallo studio “I contratti a tempo indeterminato prima e dopo il Jobs act”, elaborato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro utilizzando i microdati Cico (Campione Integrato Comunicazioni Obbligatorie). L’analisi è stata condotta confrontando gli esiti occupazionali dei contratti a tempo indeterminato stipulati a partire dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del regime a tutele crescenti, con gli avviamenti effettuati tra il 2011 e il 2014 e, dunque, soggetti all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, per un periodo pari a 39 mesi dall’attivazione ed escludendo i contratti a tutele crescenti che hanno beneficiato dell’esonero contributivo triennale (L. 190/2014) che, come è noto, ha avuto un impatto estremamente significativo sulle nuove assunzioni.

 

I dati raccolti dall’Osservatorio rivelano che il contratto “a tutele crescenti” non presenta maggiore rischio di licenziamento rispetto a quello soggetto al regime precedente al JObs Act (art. 18 L. 300/70).

 

A 39 mesi dall’assunzione, risulta licenziato il 21,3% dei dipendenti assunti nel 2015 con il nuovo regime a fronte del 22,6% dei neoassunti con contratto tradizionale nel 2014.

 

Secondo i Consulenti del Lavoro, anzi, il contratto a tutele crescenti “sopravvive” di più rispetto a quello stipulato prima dell'entrata in vigore del Jobs Act. Confrontando i dati, sempre a 39 mesi dall’assunzione, il 39,3% dei contratti stipulati nel 2015 continuano ad essere attivi contro il 33,4% di quelli sottoscritti nel precedente regime.

 

Le motivazioni dei licenziamenti restano sempre le stesse: quelle per motivo economico sono ancora la principale causa di recesso mentre il licenziamento disciplinare riguarda una marginale quota di neoassunti.

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