Focus

L’illegittimità delle tutele crescenti secondo la Corte costituzionale

Sommario

Introduzione | Le “tutele crescenti”. I motivi di incostituzionalità | La sentenza n. 194/2018 della Corte Costituzionale | La questione accolta | Le conseguenze applicative sul regime delle tutele crescenti | Due questioni procedurali |

Introduzione

La sentenza è resa in esito all’ordinanza di rimessione del Tribunale di Roma del 26 luglio 2017, che aveva suscitato molto interesse per la rilevanza e novità della questione posta. Novità assoluta, non soltanto perché era la prima ad interessare una norma di recente introduzione, ma soprattutto perché investiva la novità sostanziale apportata dalle “tutele crescenti”. Con il D.Lgs. n. 23/2015 infatti, per la prima volta il nostro ordinamento sottraeva al giudice l’esercizio della discrezionalità nella determinazione del legittimo ristoro del lavoratore licenziamento ingiustamente.

 

L’elemento della discrezionalità aveva sempre visto il giudice investito del compito di individuare in concreto la misura del risarcimento del danno da licenziamento illegittimo. Così era con la legge sui licenziamenti individuali (L. n. 604/66), con lo Statuto dei lavoratori con l’art. 18, e finanche con l’innovativa riforma “Fornero” (L. n. 92/2012), che ha scardinato il dualismo tutela obbligatoria–tutela reale, determinato soltanto dalle dimensioni aziendali, operando una gradazione delle tutele contemplate dall’art. 18, cui non corrisponde più in automatico il riconoscimento del diritto alla conservazione del posto di lavoro, rilasciato alle sole ipotesi di nullità o di illegittimità qualificata.

 

Le “tutele crescenti” hanno interrotto tale filo conduttore, sostituendo alla decisione del giudice un meccanismo meramente aritmetico per il calcolo dell’indennità riconosciuta in caso di licenziamento ingiustificato, che consentiva di conoscere immediatamente il c.d. firing cost, eliminando ogni possibilità di valutazione discrezionale.

 

Nello specifico della norma, oggetto del vaglio costituzionale, il calcolo delle due mensilità per ogni anno di servizio era inserito in un contesto di limiti minimi (4 mensilità) e massimi (24 mensilità).

 

La sentenza colpisce il nucleo essenziale delle “tutele crescenti”: proprio la disposizione che più immediatamente era asservita alla dichiarata intenzione di circoscrivere la discrezionalità dei giudici nella determinazione dell’indennità risarcitoria, eliminando il conseguente grado di incertezza che ne derivava.

 

Il recente Decreto Dignità (D.L. n. 87/2018, convertito nella L. n. 96/2018) è intervenuto proprio su tali limiti, aumentandoli, portando il minimo a 6 mensilità ed il massimo a 36. La modifica normativa ha mantenuto la propria efficacia in considerazione del fatto che il sindacato della Corte non ha riguardato tali parametri, ma soltanto il meccanismo di calcolo e, nello specifico, l’unicità del criterio di riferimento, individuato nell’anzianità di servizio. Confermando che in discussione non è la limitazione del quantum della indennità, bensì la rigidità del suo metodo di definizione.

Le “tutele crescenti”. I motivi di incostituzionalità

I dubbi di incostituzionalità del regime di tutela in caso di licenziamento illegittimo hanno accompagnato le più recenti riforme in materia. Sono stati sollevati già in occasione delle novità introdotte dalla L. n. 92/2012, data l’esclusione della tutela reale, ed ancor più in riferimento alle c.d. “tutele crescenti”.

 

Il D.Lgs. n. 23/2015 si è collocato nel solco della riforma del 2012, confermando la gradazione delle tutele a prescindere dalle dimensioni aziendali ed introducendo l’innovativo sistema di calcolo delle indennità, che nell’ambito dei limiti minimi e massimi previsti dalla stessa legge, consente di conoscere, e calcolare ex ante, il costo del licenziamento nell’eventualità della declaratoria della sua illegittimità.

 

L’ordinanza del 26 luglio 2018 del Tribunale di Roma ha sollevato eccezioni di incostituzionalità di diversa natura, destinate a far rilevare l’illegittimità del primo comma dell’art. 3 D.Lgs. n. 23/2015, per il quale, quando non ricorrono gli estremi del giustificato motivo, l’indennità riconosciuta è “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a sei e non superiore a trentasei mensilità”.

 

Le ragioni per le quali il giudice a quo ha investito la Corte costituzionale possono essere ricondotte a tre categorie:

- contrasto con l’art. 3 cost., perché l’importo non ha funzione dissuasiva per il datore né appresta adeguata garanzia compensativa per il lavoratore privato del posto di lavoro;

- contrasto con gli artt. 4 e 35 cost., perché il valore estremamente irrisorio che può determinarsi per effetto dell’applicazione del meccanismo predeterminato appresta una tutela inadeguata sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, perché accomuna indiscriminatamente fattispecie diverse;

- contrasto con gli artt. 117 e 76 cost., perché l’insufficienza della tutela prevista è inadeguata anche rispetto a fonti comunitarie (la Carta di Nizza e la Carta sociale), circostanza che rappresenterebbe la violazione di un espresso principio di delega della L. n. 183/2014.

La sentenza n. 194/2018 della Corte Costituzionale

Rispetto all’ampiezza e varietà delle questioni poste, la Corte costituzionale ha accolto soltanto quella relativa alla automaticità del criterio di calcolo della indennità per il licenziamento di cui al primo comma dell’art. 3 D.Lgs. n. 23/2015.

Attingendo al principio della concretezza del giudizio di costituzionalità delle leggi, la Corte ha circoscritto il proprio campo d’indagine al suddetto capoverso.

Sono respinte innanzi tutto le questioni che presumono violato il principio di uguaglianza in relazione al tempo (il diverso regime che può operare in azienda, a parità di condizioni di lavoro, per il solo fatto della data dell’assunzione, prima o dopo l’entrata in vigore delle tutele crescenti) ed alla qualifica (l’esclusione dei dirigenti).

 

L’infondatezza è dichiarata attingendo alla giurisprudenza della stessa Corte costituzionale, per la quale “non contrasta, di per sé, con il principio di uguaglianza un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche”.

Tanto più che nello specifico, come rilevato dalla Corte, la predeterminazione e l’alleggerimento delle conseguenze del licenziamento illegittimo dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato fanno parte di un contesto di misure dirette a favorire l’instaurazione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

 

A giudizio della Corte costituzionale, il regime temporale di applicazione del D.Lgs. n. 23/2015 si rivela coerente con tale scopo.

Poiché l’introduzione di tutele certe e più attenuate in caso di licenziamento illegittimo è diretta a incentivare le assunzioni a tempo indeterminato, appare coerente limitare l’applicazione delle stesse tutele ai soli lavoratori assunti a decorrere dalla loro entrata in vigore, cioè quelli la cui assunzione avrebbe potuto essere da esse favorita.

Nessuna discriminazione, ma riconoscimento di un esercizio legittimo della discrezionalità da parte del legislatore, che ben può apprestare tutele diverse in epoche diverse.

L’applicazione del D.Lgs. n. 23/2015 ai lavoratori assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in quanto conseguente allo scopo che il legislatore si è prefisso, non può ritenersi irragionevole. Di conseguenza, la minor tutela apprestata a tali lavoratori, rispetto a quelli assunti prima di tale data, non viola il principio di eguaglianza.

 

La pretesa discriminazione qualificatoria è respinta in base ad un consolidato orientamento della giurisprudenza costituzionale, per il quale le specifiche caratteristiche dei lavoratori subordinati, inquadrati come dirigenti, fanno si che tale categoria non possa dirsi del tutto omogenea né che il rapporto di lavoro possa essere considerato identico a quello delle altre categorie di lavoratori subordinati.

La diversità del lavoro dei dirigenti ha indotto la Corte a ribadire che non contrasta con l’art. 3 cost. la loro esclusione dall’applicazione della generale disciplina legislativa sui licenziamenti individuali, compresa la regola della necessaria giustificazione del licenziamento. Da ciò la legittimazione del diverso trattamento anche in ordine al regime di tutela per i licenziamenti illegittimi.

 

È respinta pure l’ultima questione, posta in riferimento agli artt. 76 e 117, co. 1, cost., con cui si ritiene che l’art. 3, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015 violi le norme costituzionali per il tramite dell’art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

 

L’infondatezza è dichiarata considerando che “non vi sono dunque disposizioni del diritto dell’Unione che impongano specifici obblighi agli Stati membri, né all’Italia in particolare, nella materia disciplinata dal censurato art. 3, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015. Si deve pertanto escludere che la Carta sia applicabile alla fattispecie e che l’art. 30 della stessa Carta possa essere invocato, quale parametro interposto, nella presente questione di legittimità costituzionale” (Sul tema è indicativa la sentenza della Corte costituzionale francese, di segno opposto a quella in esame e tuttavia non considerata difforme dall’impianto normativo comunitario in materia. Secondo il Conseil constitutionnel francese infatti è ammissibile un criterio che preveda nell’indennità a ristoro del lavoratore per il caso del licenziamento illegittimo un nesso con il pregiudizio subito determinato dal criterio dell’anzianità di servizio nell’impresa, giudicando al contrario non conforme al principio di uguaglianza il criterio legato all’organico dell’impresa).

La questione accolta

Trova invece accoglimento la eccepita violazione da parte dell’art. 3, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015 degli artt. 3, 4, co. 1, 76 e 117 cost., in quanto la norma prevede un regime di tutela contro i licenziamenti ingiustificati ritenuto troppo rigido nella sua predeterminazione, inadeguato a garantire una tutela effettiva rispetto alle diverse fattispecie che possono verificarsi.

 

L’incostituzionalità colpisce l’unicità del criterio adottato, tale da realizzare un meccanismo che prefigura misure risarcitorie appiattite da una uniformità avulsa dalle fattispecie concrete, che svuota, a giudizio della Corte, il concetto stesso di valutazione e reazione dell’ordinamento alla illegittimità e gravità del licenziamento.

Il vulnus individuato dalla Corte è rappresentato dalla uniformità di disciplina per casi anche molto dissimili tra loro. Questo percorso logico-giuridico è stato agevolato dalla fattispecie concreta: una lavoratrice era stata licenziata per asserito giustificato motivo oggettivo, ma la dicitura del licenziamento era una mera clausola di stile.

Tale circostanza effettivamente può indurre a ritenere che il datore di lavoro abbia operato una mera analisi costi-benefici del licenziamento.

 

La Corte, nel dichiarare la fondatezza della questione, ha da un lato riaffermato la specialità del diritto del lavoro “come diritto fondamentale cui il legislatore deve guardare per apprestare specifiche tutele”, pur nell’ambito della propria discrezionalità, in virtù della quale lo stesso legislatore può prevedere un meccanismo di tutela anche solo risarcitorio-monetario, purché tale meccanismo si articoli nel rispetto del principio di ragionevolezza.

Il diritto alla stabilità del posto, infatti, “non ha una propria autonomia concettuale, ma è nient’altro che una sintesi terminologica dei limiti del potere di licenziamento sanzionati dall’invalidità dell’atto non conforme” (Corte Cost, s. n. 268/1994, punto 5).

 

Ciò premesso la Corte critica il meccanismo di quantificazione perché non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio, ma uniforme per tutti i lavoratori con la stessa anzianità.

L’indennità assume così i connotati di una liquidazione legale forfetizzata e standardizzata, ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio, e calcolata in maniera meccanica, a fronte del danno derivante al lavoratore dall’illegittima estromissione dal posto di lavoro a tempo indeterminato.

Una tale predeterminazione forfetizzata del risarcimento del danno da licenziamento illegittimo non risulta incrementabile, pur volendone fornire la relativa prova.

Nonostante il censurato art. 3, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015 non definisca l’indennità «onnicomprensiva», è in effetti palese la volontà del legislatore di predeterminare le conseguenze del licenziamento illegittimo, in conformità al principio e criterio direttivo dettato dalla legge di delegazione di prevedere un indennizzo economico «certo».

 

Alla luce di questa ricostruzione, il principio di eguaglianza risulta violato, come affermato dalla Corte, “sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse”. Omologazione che è ritenuta indebita, perché destinata a trattare con criteri rigidamente uniformi situazioni che l’esperienza concreta ci consegna essere diverse.

A far conseguire la declaratoria di incostituzionalità non è lo specifico criterio dell’anzianità, ma il fatto che questo sia l’unico adottato, a fronte della molteplicità di fattori la cui combinazione consente invece di individuare un risarcimento tendenzialmente adeguato alla diversità delle situazioni concrete.

 

Secondo la Corte, in una vicenda che coinvolge la persona del lavoratore nel momento traumatico della sua espulsione dal lavoro, non può consentirsi che la tutela risarcitoria sia ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio.

Devono invece essere molteplici i criteri da offrire alla discrezionale valutazione del giudice chiamato a dirimere la controversia.

 

La previsione di una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende dei licenziamenti intimati dal datore di lavoro, si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere diverse.

Ciò che non è conforme, secondo i giudici, non è tanto la “certezza”, vista la conferma dei limiti minimi e massimi, anche nella misura determinata dal D.L. n. 87/2018, convertito dalla L. n. 96/2018, ma la rigidità, che impedisce di adattare, entro i limiti legali, una tutela adeguata ad ogni singola posizione.

 

Questo conduce alla dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 3, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015 limitatamente alle parole “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio”.

Decisione formalmente parziale rispetto all’ordinanza ed alla norma, ma sostanzialmente fondamentale, perché interviene sul nucleo essenziale delle tutele crescenti, che ne rappresenta l’essenza qualificante: l’automatismo della predeterminazione delle indennità in caso di licenziamento ingiusto.

Le conseguenze applicative sul regime delle tutele crescenti

Il comunicato stampa del 26 settembre 2018 aveva suscitato qualche timore per l’incertezza delle conseguenze dell’annunciato accoglimento della incostituzionalità del primo comma dell’art. 3 D. Lgs. n. 23/2015. Era già certa l’incostituzionalità della norma dalla pubblicazione in GU della sentenza, ma erano sorte legittime perplessità sul regime che avrebbe potuto sostituire quello automatico delle tutele crescenti.

 

La lettura della sentenza riafferma i criteri già noti, che assegnano alla discrezionalità del giudice il compito di individuare in concreto la misura che, in applicazione della normativa vigente e nel rispetto dei valori costituzionali fondanti, può essere ritenuta adeguata all’indennità per il licenziamento ingiustificato.

 

È la stessa sentenza della Corte infatti che opera un esplicito rinvio all’art. 8 L. n. 604/66 e all’art. 18 Stat. Lav., quali esempi, vigenti ed attuali, cui attingere per l’individuazione della indennità tra il minimo di 6 ed il massimo di 36 mensilità (misura così determinata dall’aumento introdotto dal Decreto Dignità). Criteri che garantiscono la soddisfazione della “esigenza di scrutinare in modo accurato l’entità della misura risarcitoria e di calarla nell’organizzazione aziendale”, avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’attività economica, comportamento e condizioni delle parti, unitamente alla anzianità di servizio.

 

Non suscita particolari problemi l’abrogazione materiale, per effetto del sindacato di incostituzionalità, delle parole che fanno riferimento alla “ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto”, quale elemento per la quantificazione concreta dell’indennità cui riferire il calcolo delle singole mensilità. È ancora la Corte a confermare espressamente l’immanenza del criterio a prescindere dall’abrogazione incidentale, intendendo il riferimento comunque desumibile dal D.Lgs. n. 23/2015 nel suo complesso, quale criterio generale per la commisurazione dei risarcimenti.

Due questioni procedurali

a) Il ruolo delle organizzazioni sindacali nel giudizio di legittimità costituzionale

 

Degna di attenzione è l’ordinanza allegata alla sentenza n. 194/2018, con la quale la Corte ha dichiarato inammissibile l’intervento della CGIL nel giudizio di costituzionalità.

Nel respingere l’istanza dell’organizzazione sindacale, i giudici richiamando la costante giurisprudenza della Corte, considerano che nei giudizi incidentali di legittimità costituzionale, l'intervento di soggetti estranei al giudizio principale è ammissibile, soltanto per i terzi titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura.

Ciò premesso, la Corte, rilevato che “la CGIL, oltre a non essere parte del giudizio principale, non è titolare di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, che ne legittimi l'intervento, atteso che essa non vanta una posizione giuridica suscettibile di essere pregiudicata immediatamente e irrimediabilmente dall'esito del giudizio incidentale bensì un mero indiretto, e più generale, interesse connesso agli scopi statutari di tutela degli interessi economici e professionali dei propri iscritti”, con l’ordinanza depositata in allegato alla sentenza n. 194/2018, dichiara l’inammissibilità dell’intervento della CGIL, in virtù dello spiegato carattere concreto del giudizio di costituzionalità delle leggi, il cui primato è così riaffermato anche a fronte delle pretese esigenze di tutela dei diritti economici e professionali dei propri iscritti. Interessi che non risultavano a rischio di pregiudizio immediato né tantomeno irreparabile nel giudizio a quo, così che non si potesse ritenere ammissibile l’estemporaneo intervento sindacale nel giudizio di legittimità costituzionale.

 

b) Quando il giudice di merito “gioca d’anticipo”

 

La Corte, il 1° ottobre 2018, emana un comunicato stampa, con il quale anticipa la decisione adottata, pubblicata il successivo 8 novembre 2018.

Senonché, un giudice del Tribunale di Bari, con un proprio provvedimento, l’11 ottobre 2018, ha offerto una interpretazione costituzionalmente orientata del regime delle “tutele crescenti”, anticipando sostanzialmente la decisione della Corte, della quale da atto per via del comunicato stampa, ma in realtà priva di effetti concreti all’epoca del provvedimento del giudice di merito.

Anticipazione singolare, perché resa possibile dalla “notizia” della sentenza e della natura della sua posizione, senza che questa però possa davvero considerarsi giuridicamente esistente, ed i suoi effetti spiegati, nelle more della rituale pubblicazione.

Se a rigore qualche perplessità sul provvedimento anticipatorio del giudice di Bari non è peregrina,

la criticità può ritenersi superata, così come ogni conseguenza applicativa concreta, dal momento della pubblicazione della sentenza nella gazzetta ufficiale.

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